Un’opportunità tanto silenziosa che nessuno la sente
L’Italia ha finalmente approvato il suo primo Piano Nazionale d’Azione per l’Economia Sociale.
Sulla carta è una svolta storica; nella realtà dei nostri territori del Mezzogiorno è un’eco lontana, un brusio che si perde nel rumore di fondo della politica quotidiana. È l’ennesima opportunità silenziosa: tanto silenziosa che pochissimi nei nostri territori ne parlano.
A livello europeo e nazionale si sta definendo la mappa che trasforma il Terzo Settore e la cooperazione da “ammortizzatori dell’emergenza” a pilastri strategici dello sviluppo economico. È un paradosso intollerabile che il dibattito pubblico batta la fiacca su questo tema! A riflettere bene, se c’è una parte del Paese per cui questo Piano è stato pensato — o per cui dovrebbe rappresentare una questione di sopravvivenza — quella è proprio il Sud.
Per comprendere la portata della posta in gioco, occorre dare uno sguardo ai dati ufficiali ISTAT che caratterizzano l’economia sociale.
Oltre 360.000 enti attivi in Italia (tra associazioni, cooperative sociali, fondazioni e mutue), con 1,53 milioni di lavoratori e 4,6 milioni di volontari. Rappresenta una quota pari al 5% del PIL nazionale, con peso equivalente a quello di interi settori industriali strategici, ma segnato da un marcato divario territoriale: mentre al Nord il comparto è integrato nelle filiere produttive e nei distretti di welfare, al Sud soffre ancora di nanismo e di un’eccessiva frammentazione.
Più del 50% degli enti ha sede al Nord, mentre il Sud e le Isole raccolgono complessivamente circa il 28% del totale.
Il Piano Nazionale dell’Economia Sociale, approvato il 6 luglio dal Governo italiano in recepimento delle direttive e raccomandazioni dell’Unione Europea, non è un semplice documento programmatico o una vaga dichiarazione d’intenti. È una riforma sistemica che per la prima volta diventa riferimento per circoscrivere un ecosistema composito (cooperative, enti del Terzo settore, imprese sociali, mutue e fondazioni) all’interno di un’entità unitaria e riconosciuta.
Introduce leve fiscali e finanziarie concrete per sostenere la crescita e la sostenibilità degli enti e riconosce il settore come partner strategico della Pubblica Amministrazione nella programmazione dei servizi di welfare, ambiente e rigenerazione urbana, superando la logica miope delle gare al massimo ribasso.
Un atto approvato a Roma o Bruxelles, però, non sposta un solo euro da solo se manca una catena operativa in grado di scaricarlo a terra. Il Piano abilita le risorse, ma se le organizzazioni, i Comuni e le imprese sociali del territorio non intercettano le opportunità e non presentano domande, quei fondi restano sulla carta o prendono altre strade.
In campo economico vale una regola spietata: i fondi non utilizzati ritornano indietro o vengono riassegnati a chi è già pronto a coglierli — quasi sempre le regioni del Nord, dotate di strutture, consulenze e capacità progettuali ampiamente collaudate.
Ogni domanda non presentata dal Sud è un finanziamento perso per sempre, un servizio socio-sanitario in meno per i cittadini, un posto di lavoro qualificato in meno per i nostri giovani.
Nelle aree interne e nei territori meridionali dove lo Stato arretra e l’industria tradizionale stenta, l’Economia Sociale è già la spina dorsale che tiene in piedi molte comunità.
Prende forma attraverso la cooperativa che restituisce alla collettività un bene confiscato o un terreno abbandonato. Si materializza nell’’associazione che garantisce presenza e cura nei piccoli comuni dell’entroterra a rischio spopolamento.
Ecco perché la responsabilità di “stare sul pezzo” è fondamentale! è fondamentale! informare le realtà locali dei bandi in uscita e delle linee di credito agevolate, è fondamentale! aiutare gli enti a superare la frammentazione e il nanismo strutturale del nostro associazionismo per presentare progetti solidi e bancabili.
È fondamentale! “allenare” l’ascolto degli attori territoriali, attraverso un esercizio di comunicazione serrata per arrivare preparati ai prossimi appuntamenti di finanziamento.
Politica, media, enti locali e Terzo Settore del Mezzogiorno devono svegliarsi dal loro torpore e capire che il valore di un territorio non si misura soltanto dal profitto, ma dalla capacità di generare bene comune. Scongiurare l’ennesimo rimpianto è un dovere morale ed economico.



