Se è l’algoritmo che convoca la guerriglia

«Quando la seconda guerra mondiale era in corso, le persone che la vivevano non la chiamavano “seconda guerra mondiale”. Le abbiamo dato un nome successivamente. Guardandoci indietro. Adesso, che cosa stiamo vivendo che non siamo ancora in grado di riconoscere?».

La filippina Maria Ressa, giornalista, premio Nobel per la Pace nel 2021, ha pronunciato queste parole riferendosi alla mutazione silenziosa che la tecnologia digitale sta operando sulle nostre società. Nominata dal Segretario Generale dell’ONU nel gruppo degli esperti, partecipa all’elaborazione delle linee guida sulla governance dell’intelligenza artificiale. Ma quando – tempo fa – ha fatto queste affermazioni, non parlava di Milano. Eppure sembra aver descritto con anni di anticipo esattamente ciò che è accaduto nelle strade del capoluogo lombardo in questi giorni.

Il dito e la luna

Guardiamo al dito. Il dibattito pubblico si è immediatamente avvitato sulla composizione etnica dei trentacinque minori arrestati – diciassette cognomi italiani, diciotto stranieri, ma venticinque nati in Italia – come se la nazionalità dei protagonisti fosse la vera chiave di lettura. Italiani contro stranieri. Pene più severe. Tolleranza zero. Tutte categorie del Novecento, applicate a un fenomeno che appartiene a un’altra era. Distante anni luce.

La luna, intanto, resta invisibile. E la luna è una chat Telegram anonima che appare e scompare come un fantasma digitale. È TikTok che trasforma un saccheggio in un evento, in un appuntamento con colonna sonora. È ragazzini di quattordici e quindici anni che, davanti al giudice, dichiarano con candore agghiacciante: «Sembrava un gioco della Play» e anche «Non c’era la paura di fare un furto».

Questa è la luna: il filtro della realtà dissolto dal medium. Non attenuato. Dissolto!

L’hack progressivo

Negli ultimi tempi abbiamo conosciuto un nuovo termine che, sempre più intensamente, si è inserito nel nostro linguaggio quotidiano e nella nostra cultura: hackerare. Che all’origine voleva significare esplorare, approfondire la conoscenza di un sistema informatico. Ma che, successivamente, è diventato sempre più sinonimo di manipolare. Manipolare i sistemi. Anche a scopo criminale.

Maria Ressa descriveva una possibile progressione, che oggi suona come una profezia realizzata. Primo stadio: i social media hackerano la nostra attenzione. E infatti, alcuni ragazzi vivono una realtà ridotta allo scrollo compulsivo di TikTok, dove tutto è spettacolo e nulla ha conseguenze. Secondo stadio: i chatbot hackerano l’intimità. E la chat Telegram ha funzionato esattamente così: un’esca che simulava appartenenza, comunità, invito esclusivo a un “evento” a cui non si poteva mancare. Terzo stadio: l’intelligenza artificiale di frontiera hackera la nostra capacità di agire come soggetti autonomi. E Fabrizio Filice, giudice per le indagini preliminari – non un sociologo, ma un magistrato – parla di un «preciso progetto di destabilizzazione», alimentato da account social che convocano la violenza come fosse un flash mob.

L’attenzione. L’intimità. La capacità di autonomia. Tre livelli della nostra esistenza penetrati. Perché corrispondenti sono i livelli di inadeguatezza della nostra risposta.

Quante belle cose stiamo apprendendo! Ma ne stiamo sufficientemente capendo la portata?

L’analfabetismo che ci accomuna

Quei ragazzini non avevano alcuno strumento critico, scrivono i cronisti che li hanno intervistati. Ma la verità scomoda è che neppure noi adulti ne possediamo a sufficienza. Tutt’altro. Politici, commentatori, editorialisti: discutiamo di ordine pubblico, di daspo urbani e di responsabilità genitoriale – tutte cose sacrosante – mentre il meccanismo reale ci sfugge. Non ci siamo ancora resi conto che stiamo assistendo a qualcosa di biologicamente nuovo. La manipolazione algoritmica dell’impulso collettivo. Un messaggio giusto, nel canale giusto, al momento giusto, può trasformare in poche ore centinaia di adolescenti in una massa saccheggiante che si filma felice, convinta di partecipare a un gioco.

Una condizione del tutto nuova. Imprevista e imprevedibile. Non solo per la sociologia. Ma anche per la psichiatria, che può suggerire analogie solo attraverso il richiamo al concetto di isteria o di psicosi collettiva.

La domanda che non ci facciamo

Ora, il punto non è se quei ragazzi sono da considerare colpevoli. Chi ha rubato, ha rubato. E ne dovrà rispondere. Il punto è un altro. Ed è un punto enorme. Chi – o che cosa – ha creato le condizioni perché un singolo messaggio su Telegram potesse produrre tutto questo? E soprattutto: se oggi bastano una chat e un algoritmo di TikTok, domani – con agenti di intelligenza artificiale autonomi, capaci di generare contenuti persuasivi su scala industriale – che cosa potrà accadere?

Dobbiamo seriamente prendere coscienza che «ogni giorno in cui i governi non adottano misure di sicurezza è un giorno in cui perdono potere», per dirla con la giornalista filippina. E questo non è allarmismo. È una banale constatazione. Noi continuiamo a guardare il dito – la guerriglia, le polemiche, il teatrino politico – e ci perdiamo la luna.

Stiamo vivendo dentro una trasformazione della cognizione umana che non abbiamo ancora identificata e, conseguentemente, nemmeno denominata. E ciò che non si riesce neppure a nominare non si può certo combattere. Milano non è stata solo una notte di saccheggi. È stata un’anteprima. È assolutamente necessario decidere se continuare a discutere del dito o alzare finalmente lo sguardo al cielo.

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