«Sui PCR non si tratta»
Il ministro Piantedosi intervistato da Ginevra Leganza de “Il Foglio”
Buongiorno ministro. Partirei subito dall’attualità più stringente e quindi dalle piazze. Le piazze europee, le piazze francesi, le piazze spagnole sono molto diverse tra loro, ma qualcuno già evoca una forma di revival sessantottino.
È la nostra immaginazione al potere o c’è questo rischio? Soprattutto, c’è il rischio di emulazione in Italia? Si temono cattivi maestri, regie esterne? Quali sono le risposte del Viminale?
«Il parallelo con la storia degli anni 60 e 70 è sempre molto complicato. Io credo che la storia non si ripresenti mai esattamente con le stesse forme e le stesse espressioni del passato. Però ci sono sicuramente dei tratti in comune, perché noi abbiamo visto che esistono delle organizzazioni che si ripresentano sulle nostre piazze e che hanno deciso, al di là dei contenuti di merito, di imbracciare lo scontro nelle piazze come sistema di lotta politica e di espressione della manifestazione del pensiero.
Su questo non c’è dubbio, è qualcosa che riguarda più il metodo che non il merito. Cambiano i contenuti, ma alla fine la metodologia è la stessa. Le dico questo perché noi abbiamo visto negli ultimi anni maturare movimenti di piazza che hanno fatto anche ricorso alla violenza, che si sono ispirati alla lotta, per esempio, contro le grandi infrastrutture. Ma anche i conflitti internazionali in qualche modo hanno polarizzato l’attenzione da questo punto di vista. Quindi esiste una metodologia che viene riproposta. Lei mi chiede se esiste una sorta di regia internazionale. Esiste, le forze di polizia hanno delle evidenze che esiste sicuramente un raccordo e un coordinamento tra movimenti che operano sugli scenari europei e internazionali.
Faccio un esempio tra i tanti: la manifestazione particolarmente aggressiva nel cantiere della Tav di quest’estate. Sulle diverse centinaia di persone fermate o arrestate, la cui posizione è adesso al vaglio dell’autorità giudiziaria, abbiamo riscontrato una forte, moltiplicata e variegata presenza straniera».
Straniera cioè?
«Non solo europea. Quasi sempre Francia, Spagna, Germania, Grecia, per la parte che riguarda la componente anarchica, ma addirittura ragazzi provenienti dall’Africa, dal Gambia, dal Marocco, anche dal Sud America. Quindi abbiamo visto che sicuramente c’è la traccia di una sorta di galassia internazionale da questo punto di vista, confermata anche dal fatto che, nella logica della reciprocità, abbiamo contezza che nelle recenti manifestazioni in Francia, dove qualche episodio di violenza era sotto gli occhi di tutti, è stata registrata la presenza di persone provenienti dall’Italia, soprattutto dal Piemonte. Quindi esiste sicuramente un coordinamento. Ci sono gli investigatori e gli analisti che ovviamente guardano a tutto questo, cercando di andare in profondità, cercando di capire se si tratta di un coordinamento anche, per così dire, spontaneo o se c’è una logica in qualche modo superiore. E’ una cosa che ci preoccupa nel senso di tenerci occupati, nel senso che ci dedichiamo all’attenzione, non nel senso che il nemico è alle porte. E’ un tema che noi stiamo analizzando, stiamo monitorando con la competenza delle nostre forze di polizia e del nostro sistema di intelligence. E quindi al momento lo abbiamo in qualche modo contenuto.
Ci sono state delle operazioni di polizia giudiziaria. La domanda mi fa molto piacere perché mi consente anche di dire che molto spesso, quando ci sono queste manifestazioni in Italia, si tende a rappresentare una sorta di inazione da parte delle forze di polizia, cioè si vede da una parte la violenza commessa sulle cose e sulle persone, e dall’altra il semplice contenimento. C’è tutto un sistema di indagine che prima o poi si porta a compimento. Proprio l’altro giorno c’è stata un’articolata operazione di polizia giudiziaria che ha portato a 19 misure cautelari nei confronti degli artefici degli incidenti che ci sono stati a Torino questo inverno. Quindi, dicevo, c’è un’analisi abbastanza approfondita e andiamo avanti. Oggi ad esempio è una giornata particolarmente sensibile, ci sono molte manifestazioni in tutta Italia da questo punto di vista».
Anche nei prossimi giorni ci saranno manifestazioni ambientaliste e manifestazioni organizzate dalla Cgil. Io però vorrei spostarmi su un altro tema, perché quello che sappiamo è che i dati sulla sicurezza sono molto buoni, qualcuno dice anche ottimi, qualcuno dice che sono la medaglia che questo governo si appunta al petto. L’Italia è uno dei paesi più sicuri.
Però c’è un fatto, e cioè che tante volte questo buon risultato non può – abbiamo la sensazione – essere rivendicato presso un elettorato come quello meloniano o degli altri partiti che compongono il governo, perché è un elettorato più attento ai parametri del rischio percepito, che sembra essere rassicurato talvolta più dai decreti che dai dati. La stessa premier, all’inizio dell’anno, nonostante il primo semestre abbia registrato reati in calo e l’inversione di tendenza sia cominciata nel 2025, ha detto: ‘Sulla sicurezza si può fare di più’. Posto che si può sempre fare di più, però c’è questo fatto, c’è un elettorato che non è mai contento. Qual è il punto?
«Ma no, io non direi. Guardi, io mi riferisco raramente ai sondaggi. Mi sembra che qualsiasi test che viene fatto, l’elettorato di centro destra esprima una sostanziale tenuta e quindi evidentemente anche su questi temi colga il senso di un lavoro importante che è stato fatto in questi 4 anni, con dei risultati che lei stessa mi pare abbia evidenziato come in qualche modo tangibili. Sono due anni che noi abbiamo una discesa delle statistiche sulla delittuosità. Potrei citare, come complementari a questo tema, tutte le assunzioni che abbiamo fatto, quelle che faremo ancora nelle forze dell’ordine, cioè tutte le risorse e gli investimenti che abbiamo fatto nel settore. Io non credo che l’elettorato non colga, intendo l’elettorato più sensibile, di centrodestra, diciamo così, oltre quello meloniano, come l’ha definito lei. Non credo che non colga perché è un elettorato ormai tendenzialmente moderato, equilibrato».
Cambiato?
«Credo che lo fosse anche prima, lo immaginavamo diverso, ma lo era anche prima. Perché se è un elettorato che ha portato Giorgia Meloni al governo vuol dire che già aveva una visione di governo in qualche modo anche rispetto a questi processi. E quindi io credo che tutto sommato noi dobbiamo proseguire nell’azione intrapresa. Colgo il senso della domanda, lei si riferisce a quello che si dice, la cosiddetta percezione che io chiamo ‘aspettativa di una sempre maggiore sicurezza’. Noi viviamo un’epoca in cui i reati calano statisticamente, ma la statistica non basta per essere spiegata, che so, all’anziana che viene rapinata. O alle bande di giovani che si fronteggiano armi alla mano, non c’è dubbio. Viviamo un’epoca in cui concorrono alla percezione di insicurezza anche le condizioni di degrado di alcune parti delle nostre città, la velocità della comunicazione, il fatto che molti reati sono commessi sempre più in maniera violenta ed efferata. Insomma, sono tutti elementi che noi stiamo curando, e cercheremo di fare meglio».
Vorrei farle una domanda sui Cpr, dato che lei ha detto che andrete avanti. Siamo in Toscana, una delle regioni, insieme all’Emilia-Romagna, dove c’è, più che uno scetticismo, una forte contrarietà da parte delle amministrazioni locali. Vedo qui il presidente della Regione, Eugenio Giani, che magari le risponderà anche dopo. Come si fa se c’è questa forte contrarietà? Ci saranno dei tavoli? Siete disposti a fare voi un passo indietro dove c’è appunto questo scetticismo?
«Ma noi non siamo disponibili a fare un passo indietro perché siamo fortemente convinti dell’utilità, oltre che della legittimità, di queste iniziative, di realizzare i Cpr che servono, lo voglio ripetere, non solo a sanzionare la condizione di irregolarità di queste persone, ma anche per contenere la loro pericolosità. Noi registriamo a volte alcune obiezioni da parte degli amministratori territoriali che però sono i primi – non mi riferisco al presidente Giani – quando un cittadino straniero irregolare commette un reato, a dire: ‘Perché non lo avete espulso?’. Quindi è proprio per andare incontro a questa aspirazione, a questa sollecitazione che proviene anche dagli amministratori che talvolta esprimono una pregiudiziale contrarietà».
Senta, un altro piccolo pomo della discordia che spesso viene gettato sui tavoli del governo è Strade sicure. Recentemente, proprio nelle ultime settimane, all’interno del governo è stato sollevato dal ministro della Difesa Guido Crosetto il dubbio che aumentare i militari nelle strade senza rafforzare gli organici delle forze dell’ordine e chiarire le competenze rischi di essere – leggo – ‘solo una scelta estetica’. Una scelta estetica?
«Sono d’accordo col collega Crosetto. L’utilizzo dei militari, che peraltro non è di oggi o degli ultimi mesi, deve avere, e sotto di noi ce l’ha, un senso compiuto. Sono un complemento importante all’attività prioritaria delle forze di polizia. Lo fanno efficacemente, tanto che ne è auspicata, come dire, l’implementazione su tutto il territorio. Quello che voleva, credo, dire il collega Crosetto, e che io sottoscrivo pienamente, è che non basta invocarne un numero maggiore sulle strade. Dobbiamo invece porci il problema, come facciamo al ministero dell’Interno con i prefetti e i questori sul territorio, di un impiego che sia soddisfacente rispetto a quelle che sono le aspettative dei cittadini».
Meno estetico, forse, sarebbe sgomberare CasaPound. Dico così perché posso immaginare le proteste dei casapoundiani. Questo è un altro tema e le chiedo perché non è stato ancora sgomberato. Quando accadrà? C’è una data?
«Come ho sempre detto e ripeto, sono stato il primo, da prefetto di Roma, a inserirlo nella lista. Dopodiché CasaPound, insieme ad altre decine, forse centinaia di centri sociali che sono illegalmente occupati sul territorio nazionale, progressivamente vengono sgomberati. E quindi, come per tutti, prima o poi dovrà essere restituita alla legittima proprietà. La domanda viene fatta solo su CasaPound, ma le posso dire che la cosa riguarda anche altre decine di immobili, sono tutti trattati allo stesso modo».
Due domande più di politica elettorale. Avversari a destra e a sinistra. Partiamo dalla destra, Vannacci.
Il generale spesso attacca il governo Meloni su temi che attengono alla politica interna. La remigrazione è una parola che tocca la missione del suo dicastero, per esempio. Le chiederei di fare così un esperimento, di chiudere gli occhi e di immaginarsi Vannacci al Viminale.
«No, mi risulta difficile perché mi riporta a quello che diceva il presidente La Russa prima, che la percentuale statistica di possibilità che Vannacci faccia un accordo col centrodestra è pari a zero».
Ma come se lo immagina?
«Ma non lo so adesso, per carità. Non immagino né Vannacci né nessun altro, ognuno ha le sue interpretazioni. Lo immagino alla luce di quello che viene detto da Vannacci, né più né meno. Vedremo se poi riesce a tradurre le parole in fatti rispetto a quello che stiamo facendo. Quando si parla di remigrazione mi chiedo cosa ci sia di diverso rispetto al programma di implementazione dei rimpatri che col nostro governo stanno crescendo ogni anno del 20-25 per cento, anche quet’anno. A oggi, a questa data, abbiamo sommato come numero di rimpatri, quest’anno solare, il doppio rispetto all’anno in cui ci siamo insediati”».
Mai con Vannacci comunque?
«Lo ha detto il presidente La Russa, oggi la percentuale è pari a zero».
Invece, avversari a sinistra. Adesso c’è questa figura, questo doppio, possiamo dire, Franco Gabrielli, che è l’ex capo della Polizia, insieme all’ex direttore dell’Agenzia delle entrate. Hanno messo in piedi questo ‘Più Uno’ e battono molto sui temi della sicurezza. Addirittura ho letto Franco Gabrielli dire che quello che fa lei, rispetto ai dati che io citavo anche prima, è pornografia statistica. Ma lei fa pornografia? Statistica, ovviamente.
«No, io credo semplicemente che non vadano poi particolarmente, come dire, sottolineate alcune iniziative. In democrazia darsi alla politica è qualcosa non solo di legittimo, ma sempre positivo e opportuno e che va in qualche modo incoraggiata e favorita. Credo che queste due alte personalità che sono state impegnate in passato in incarichi molto importanti nelle istituzioni dello stato abbiano deciso di dare il loro contributo. E’ giusto che sia così, è legittimo. Saranno i cittadini a dare la loro risposta».
Certo, forse sono un po’ respingenti, no? Il capo della Polizia e l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate.
«Lo diranno i cittadini. In democrazia, grazie a Dio, prima o poi il conto viene presentato dai cittadini che votano».
Senta, ultima cosa. Lei disse tempo fa che sarebbe tornato a fare il prefetto ben volentieri dopo questa esperienza di governo. Tuttavia, apprendiamo che Giorgia Meloni le ha chiesto di mettersi in gioco, lo ha chiesto a tutti i ministri, anche ai cosiddetti ministri tecnici. Ce lo può confermare?
«Io non voglio smentirvi, ma a me non risulta che sia stato chiesto.
Dopodiché io dico, per quanto mi riguarda, ma credo che riguardi tutti, a noi manca ancora un anno di legislatura e di governo, che equivale al 20 per cento del lavoro che siamo stati chiamati a svolgere. Questa è la cosa più importante e l’occupazione principale».
Dovesse chiederglielo, a questo punto?
«Mah, ripeto, io sono molto impegnato sul lavoro che mi manca da fare, che non è poca roba. Si tratta del completamento crescente del grande lavoro che abbiamo fatto fino adesso.
Quello che farò io dopo credo che abbia una minore importanza rispetto a quello che sto facendo».
Lei è venuto alla luce come ministro in area leghista, vista anche la sua esperienza di lavoro con il ministro Salvini e anche la vostra amicizia. Le chiedo se, anche dopo tutti i travagli del Viminale e tutto quello che abbiamo scritto anche noi, si sente ancora ‘equivicino’ ai partiti, come ha detto l’anno scorso a questa festa?
«Glielo confermo».
Si sente ancora ‘equivicino’ oppure si è spostato più verso il cosiddetto partito della nazione?
«No, no. Io mi sento equivicino, me l’ha ricordata lei questa espressione, che confermo e riutilizzo volentieri. Perché la mia vicinanza a Salvini, che è nota e che rivendico, è soprattutto personale ed è legata a un’esperienza importante che facemmo insieme quando lui era ministro e io il suo capo di gabinetto. Nel frattempo si sono aggiunte altre cose, tra cui l’esperienza di governo, quindi con una vicinanza personale di amicizia anche un po’ a tutti i colleghi di governo. Pur avendo una storia personale che non viene da un’esperienza politico-partitica, mi sento perfettamente collocato nel contesto politico del governo a cui ho avuto l’onore di partecipare. Tutto il resto si vedrà. Sono molto impegnato in questo anno di lavoro, quindi non voglio perdere la concentrazione rispetto alle tante altre cose che dobbiamo fare in questo anno».
Grazie.
«Grazie a lei»



