Report e il miraggio dell’obiettività
Mettere mano alla vicenda Ranucci è cosa molto impegnativa. Perché si tratta di una questione estremamente scivolosa. Troppo politicizzata. E, per ciò stesso, vissuta da tutti con una buona dose di pregiudizio. È sicuramente corretto pensare che ognuno di voi, che legge questa nota, lo farà confrontandone i contenuti con il proprio pensiero. Certamente già formato e strutturato. E probabilmente in modo abbastanza radicale.
Ma se L’Irriverente vuole essere strumento utile a innescare riflessioni, non può non assumersi l’onere di andare anche per strade impervie e scivolose. Per cui, saltato d’emblée l’aspetto cronachistico, andiamo direttamente a quello che è il vero cuore della questione divisiva: è illusione o è una possibile realtà l’obiettività dell’informazione?
Il caso di Sigfrido Ranucci e della redazione di Report, che in queste ore tiene banco sulle pagine di tutti i quotidiani, è l’ennesima dimostrazione che in Italia il dibattito sull’informazione è viziato da un equivoco di fondo: si confonde l’onestà intellettuale con la neutralità.
Riassumiamo i fatti. Ranucci viene rimosso dalla conduzione di Report il 28 agosto scorso, dopo che le indagini sull’attentato alla sua auto, dell’ottobre 2025, hanno portato alla luce il suo rapporto personale con Valter Lavitola, il faccendiere-ristoratore accusato di aver ordinato quell’attentato. Il conduttore deposita un ricorso urgente al Tribunale del Lavoro chiedendo la reintegra. La redazione, quella stessa redazione che lui dice di avere cresciuto e lanciato, risponde con un ultimatum: «O lui o noi». Il senatore Gasparri, intanto, solleva sospetti sulla giudice chiamata a decidere. E il cerchio si chiude. La cronaca diventa politica, la politica fagocita la cronaca e il pubblico si ritrova senza bussola. Radicalmente posizionato (in entrambi i sensi), quello acritico. Dubbioso e frastornato, quello che lascia ancora spazio al libero esercizio cerebrale.
Allora proviamo un po’ a ragionare. E partiamo dall’affermare una semplice verità: chiunque fa informazione ha una sua visione del mondo. Questo non è un difetto. È una condizione umana. La scelta di cosa raccontare, di quale angolazione privilegiare, di quali domande porre e quali tralasciare è sempre, inevitabilmente, un atto interpretativo. Lo sapeva Walter Lippmann un secolo fa, quando scriveva che tra la realtà e il pubblico esiste sempre uno schermo di rappresentazioni costruite. Lo sappiamo noi, oggi, nell’era in cui un algoritmo decide quali notizie dobbiamo leggere prima di colazione.
Il punto, allora, non è pretendere che il giornalista sia una macchina asettica. Il punto è chiedergli tre cose: trasparenza sulle proprie premesse, rigore nel metodo, lealtà verso il pubblico. Quando uno di questi tre pilastri cede, la credibilità crolla. E nello spazio vuoto si infila la politica.
Nel caso Ranucci, il pilastro che ha vacillato è il primo. Report ha sempre avuto un orientamento riconoscibile: inchieste dure – spesso rivolte verso il centrodestra e il mondo imprenditoriale – con uno stile aggressivo che gli ha procurato nemici potenti e un pubblico fedele. Fin qui, nulla di illegittimo. Il problema nasce quando il conduttore di quelle inchieste intrattiene un rapporto stretto con un faccendiere, senza che il pubblico ne sia informato. Non perché questo dimostri automaticamente una manipolazione editoriale – su questo le indagini sono ancora in corso – ma perché mina alla radice l’implicito patto di fiducia tra chi informa e chi è informato.
Detto questo, sarebbe ingenuo – o disonesto – ignorare il contesto. Chi oggi chiede a gran voce la testa di Ranucci, in nome dell’imparzialità, è spesso lo stesso che non ha mai sollevato obiezioni quando i telegiornali della Rai riflettevano fedelmente la linea del governo di turno. La neutralità, in Italia, è un’arma a geometria variabile. La si brandisce contro chi disturba, mai contro chi asseconda. L’esposto di Fratelli d’Italia, le insinuazioni di Gasparri sulla giudice del lavoro, la tempistica chirurgica della rimozione sono fatti che raccontano una storia che va ben oltre l’etica giornalistica. Una storia che affonda le radici nel controllo politico del servizio pubblico.
Hic et nunc – direbbero i colti – serve evidentemente un cambio di paradigma nel modo in cui pensiamo l’informazione. E il punto fondamentale dell’approccio corretto è: l’oggettività non è una proprietà del singolo giornalista, ma è una proprietà del sistema mediatico nel suo complesso. È questo il cardine intorno al quale deve girare ogni discorso. Nessuna testata, nessun programma, nessun conduttore sarà mai perfettamente equidistante. E non deve esserlo. Ciò che deve essere garantito è il pluralismo. Che esistano cioè voci diverse. Che queste possano operare liberamente. Che il pubblico abbia accesso a prospettive differenti e disponga degli strumenti per valutarle criticamente. In un ecosistema sano, Report può essere partigiano quanto vuole. Basta che esistano altri programmi altrettanto liberi di raccontare la realtà da angolazioni opposte.
Il dramma italiano è che questo ecosistema sano non esiste. La Rai è un condominio politico. Le nomine seguono logiche di appartenenza. I direttori cambiano con i governi. In un sistema così, chiedere al singolo giornalista di essere “super partes” è come chiedere a un pesce di nuotare in un acquario vuoto. Impossibile. Manca l’acqua. Cioè, manca il contesto istituzionale che rende possibile un’informazione plurale.
La redazione di Report che si ribella a Ranucci esprime una posizione assolutamente legittima. Perché pone una questione di opportunità e credibilità professionale. La politica che cavalca quella ribellione, per regolare vecchi conti, pone una questione di tutt’altra natura. Confondere le due cose, come sta accadendo, significa condannare il dibattito pubblico all’ennesimo cortocircuito in cui nessuno cerca la verità e tutti cercano un vantaggio.
Il caso Ranucci, alla fine, non ci parla solo di un conduttore e del suo faccendiere. Ci parla di un Paese che non ha mai risolto il rapporto tra informazione e potere. E che continua a oscillare tra due illusioni speculari. Quella di un giornalismo oggettivo, che non può esistere, e quella di un giornalismo militante, che non vuole avere limiti. La strada giusta, come spesso accade, starebbe nel mezzo.
Oggi come oggi – che siamo bombardati da una miriade di notizie di ogni tipo – è questa la nuova trincea della democrazia. Un’informazione equilibrata. Che è quello che, insistentemente, predichiamo dalle colonne de L’Irriverente. Esattamente quello a cui alludiamo parlando, in questo territorio, di cortocircuito tra informazione e potere economico. Tanto più se famelico di proprietà di testate.
Senonché, per percorrere una via equilibrata servirebbero istituzioni credibili, regole condivise e un pubblico corretto ed accorto. Tre cose che, al momento, decisamente scarseggiano. Più delle notizie corrette e verificate.



