Milano. 17 ottobre. Violenza.

Il nostro Paese da giorni si interroga sugli inquietanti retroscena delle guerriglie urbane e del teppismo mascherato da protesta legittima, consumatosi a Milano tra il 17 e il 18 ottobre.
Arresti, indagini, ansia di massa in attesa di una risposta che possa placare gli animi e fornire allo Stato gli strumenti necessari per prevenire nuovi atti violenti e destabilizzanti dell’ordine pubblico nel lungo periodo.
Dopo l’intervento dei 500 militari della Brigata Folgore in supporto alle forze dell’ordine di Milano, in attesa delle nuove manifestazioni annunciate per i prossimi giorni, in un’atmosfera di preoccupazione e sospensione, incontro un uomo che «di violenza, ne ha vista abbastanza da distinguerne il volto dalla maschera.»
Si tratta del Generale di Corpo d’Armata dei Carabinieri Carmelo Burgio.
il Generale Burgio, oggi in congedo, ha servito lo Stato italiano dal 1976 al 2022. Dalle missioni in Libano, Bosnia-Erzegovina, Albania, Iraq e Afghanistan, dai paracadutisti del Tuscania ai vertici dell’Arma, Burgio ha maturato una visione lucida e concreta della violenza in tutte le sue forme, acquisendo una competenza che nasce sul campo e non dai manuali.
Comandante di sezione del Gruppo di intervento speciale dei GIS ( l’unità d’élite antiterrorismo dell’Arma istituita nel 1978 ), successivamente vicecomandante durante gli anni di contrasto all’eversione e al terrorismo, ha altresì comandato la 1ª Brigata Mobile, i reparti della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), le Scuole dell’Arma, il Comando Interregionale Carabinieri Culqualber (Calabria e Sicilia) e Podgora (Lazio, Marche, Sardegna, Toscana e Umbria).
È decorato di Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia, Medaglia di Bronzo al Valore dell’Arma, 2 Croci di Bronzo al Merito dell’Esercito e Legion of Merit USA.

Generale, il 17 e il 18 ottobre a Milano non abbiamo visto un corteo che degenera, ma mini-blitz di gruppi di ragazzi incappucciati che colpivano e sparivano. Tra i fermati, numerosissimi minorenni. Che cosa significa, per chi ha servito lo Stato, trovarsi a contenere dei ragazzini?
Siamo quella generazione cresciuta ritenendo che i problemi venissero creati da persona nella maggiore età. Il policeman, come il soldato, in Ordine Pubblico e in guerra, è a disagio se deve colpire un minore. Dobbiamo però guardare la realtà ed essere pragmatici. Da anni vediamo progressivamente innalzarsi il numero di reati perpetrati da minori, e contestualmente cresce anche l’efferatezza e la crudeltà di cui dimostrano d’essere capaci. Dal bullismo becero, approfittatore, malvagio, alle scene del 17 e 18 ottobre.
Con tutta la preoccupazione che il caso richiede, chi è in piazza deve pensare che un negozio devastato, una sassaiola, una vettura distrutta, richiedano la stessa ferma reazione dello Stato. Anche se responsabili sono dei minori.

Come si tratta un nemico che si giustifica con “ricerca di adrenalina e sensazioni” e puro divertimento di distruggere.
È stato evidentemente “tirato su” male. I reati prevedono denunce ed arresti. Vadano a provare sensazioni e adrenalina in un carcere minorile. Non lo consiglierei a persona a me cara, ma se è ciò che desiderano, s’accomodino.
E poi dei minori, ricordiamolo, rispondono gli esercenti la patria potestà. Che paghino tutto. Può darsi che educheranno meglio i loro marmocchi.
Anche io e tanti come me volevamo provare “adrenalina e sensazioni”. Le abbiamo trovate nelle Forze Armate e nelle Forze di Polizia: sport, attività addestrative ad alto rischio. Quindi tali attività dispensatrici di brivido esistono e sono lecite. Scelgano queste invece di quelle illecite.



La prima volta che ha guardato le immagini del 17 ottobre in piazza Duomo, che cosa ha pensato, da uomo prima ancora che da Generale?
Mi interessava capire chi ci fosse dietro, e ora si sa. E ciò che è emerso mi conferma nell’idea che la cittadinanza era da concedere con assai più attenzione, e tempi assai più lunghi, per poter allontanare chi non la merita.
Oggi, peraltro, va trovato un modo per introdurre celeri sottrazioni della cittadinanza. E soprattutto per far sì che chi devasta paghi, anche con il proprio lavoro in carcere.

Il governo è intervenuto con un decreto che ha messo cinquecento militari in aiuto alle forze dell’ordine e il fermo fino a ventiquattro ore. Sono strumenti che servono davvero, o rispondono soprattutto al bisogno contingente dell’opinione pubblica di vedere una reazione?
Il vero problema, a mio parere, non sta nel numero ma in quale modo si impiegano le forze. Da tempo i dispositivi di ordine pubblico hanno perso di vista gli obbiettivi di tale tipo di attività. Questi erano salvaguardare l’incolumità delle persone e delle cose, e lo svolgimento pacifico della vita sociale, nel rispetto dei diritti di chi non aveva interesse a manifestare.
Da almeno 20 anni è passato un messaggio devastante: si è bravi se non si fa del male al manifestante. Si è bravi se si subiscono perdite e feriti e non si reagisce che con la minima forza. Ciò non consente di cogliere i risultati che erano alla base del servizio di ordine pubblico.
Posso riassumere il mio pensiero in una semplice chiosa: non bisogna aver paura di rompere la testa a chi cerca di rompertela.
E la paura la provocano le autorità dello Stato, che invece di difendere l’operatore di polizia, si esercitano in buonismo di maniera e malato, a favore di chi delinque e devasta, criticando e sanzionando chi cerca di garantire gli obbiettivi corretti dell’ordine pubblico.

Lei ha vissuto stagioni dure dell’ordine pubblico italiano. Che cosa distingue questa violenza da quella degli anni Settanta e dalle devastazioni dei black bloc: assenza di ideologia, un’ideologia nuova fatta di social, imitazione, adrenalina, frustrazione?
Negli anni ’70 la violenza di piazza era collegata a scontro ideologico.
Quella dei black block a sentimenti fra l’anarchia e la distruzione dello Stato.
Nei giorni 17 e 18 ottobre abbiamo visto un abile manipolatore, ProPal, islamista, odiatore del nostro mondo dal quale ha preso a piene mani, che è riuscito ad utilizzare innumerevoli risorse di decerebrati ignoranti, incapaci di leggere più di tre righe di post. Gente che sovente odia l’Italia che ha loro dato, in quanto doveva dare ancora di più. E smettiamola di parlare di fame e disagio.
Ho conosciuto migliaia di ragazzi provenienti da famiglie dotate di scarse risorse, che si spaccavano la schiena a lavorare. Qui non c’è fame che tenga: per delinquere devi avere il pelo sullo stomaco. Non mi unisco al coro dei giustificazionisti, quindi.

Se il contagio corre di telefono in telefono, un questore può vietare un hashtag? E se non può, di che cosa stiamo parlando quando diciamo prevenzione?
La prevenzione si sviluppa attraverso l’attività d’intelligence. Son sicuro che le nostre FFP stiano monitorizzando il fenomeno.
Ad ogni modo, la soluzione non è conseguibile solo attraverso l’impiego delle FFP. Occorrono leggi che prevedano sanzioni dure, veloci, e non “aggirabili” da solerti magistrati buonisti, che – seppur in misura limitata – non mancano mai.

Generale, lei ha attraversato decenni di piazze, di cortei e di notti difficili. Se dovesse raccontare a un ragazzo di oggi che cos’è l’ordine pubblico, non come regolamento, ma come mestiere, che cosa gli direbbe?
In precedenza ho detto quali sono gli obbiettivi. Garantire l’incolumità di tutti, secondo una priorità lapalissiana: civili non coinvolti, operatori di polizia, manifestanti. Garantire la salvaguardia dei beni pubblici e privati.
Consentire il pacifico svolgimento delle attività lavorative e di svago di chi non è interessato alla manifestazione. Per ottenere ciò, non bisogna provocare la controparte, né inasprire gli animi. Al tempo stesso, occorre far comprendere ai manifestanti che s’intende garantire quei tre obbiettivi.
Ovviamente l’atteggiamento dei vertici politici deve consentire a chi dirige il servizio in piazza di perseguire quegli obbiettivi.
Come ho detto, ciò non accade da almeno 20 anni.

Se potesse sedersi domani davanti al Ministro, al Questore e anche un gruppo di genitori di quei ragazzi, che cosa direbbe a ciascuno?
Al Signor Ministro di avere il coraggio di chiedere che il servizio di OP persegua gli obbiettivi da me già indicati. Al Questore di seguire gl’indirizzi del Signor Ministro. Ai genitori di seguire i propri figli, di far loro capire che la strada intrapresa è errata. E porta a pagarla cara.

Senza diplomazia, a chi attribuirebbe la colpa più grande per quello che è successo e quale frase nessuno, oggi, ha il coraggio di pronunciare?
L’ho detto. Venti anni a demolire e inertizzare le FFP hanno dato questo risultato. Si definisce “fallimento” manganellare degli studenti (o presunti tali) violenti, che vogliono forzare lo schermo protettivo e devastare la sinagoga di Pisa. Non costituisce fallimento portare a casa 100 e più feriti fra le FFP. La colpa è dei governi di centrosinistra e anche di quelli di centrodestra. Questo, il primo di destra, qualcosa lo ha fatto, ma non abbastanza. Abbiamo bisogno di maggior coraggio.
Ho visto il Presidente della Repubblica Mattarella andare a elogiare il cittadino che ha arrestato a Modena l’investitore. Avrei desiderato analoga vicinanza a qualche carabiniere e poliziotto costretto a neutralizzare irregolari extracomunitari criminali, fuori di sé, mentre minacciavano i passanti.

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