L’apocalisse che ci piace

“IApocalisse” è un neologismo giornalistico e divulgativo che intreccia i termini “IA” e “Apocalisse”. Sta ad indicare lo scenario – reale o immaginato – in cui l’intelligenza artificiale porta a conseguenze catastrofiche per l’umanità. È superfluo dire che l’IA è diventato l’argomento maggiormente presente nei pensieri di noi tutti e, conseguentemente, nelle cronache giornalistiche del mondo intero. Tutto gira intorno alla paura di poter essere in sostanza annientati da questa misteriosa e potente entità.

È su questo particolare aspetto che vorrei oggi soffermarmi. Anche perché mi ha sollecitato considerazioni che attengono alla mia pratica professionale di qualche decennio fa.

Nel 1980 l’Irpinia fu devastata da quel terribile terremoto che tutti ben ricordiamo. Io allora vivevo a Napoli, ma avevo contatti molto stretti – anche professionali – con l’Irpinia. Pertanto, come psichiatra, mi preparai a raccogliere i frutti prevedibili di una catastrofe di quella portata. Mi aspettavo, cioè, un incremento delle nevrosi fobiche, un’ondata di sindromi  prevalentemente ansiose, dei sintomi riconducibili all’ansia della morte. Era quello che la letteratura mi aveva insegnato e che, quindi, mi aspettavo.

Non accadde nulla di tutto questo. Almeno, non nella forma in cui l’avevo immaginato.

Non vi fu un aumento quantitativo dei casi di persone che lamentavano sindromi nevrotiche. Vi fu piuttosto – e fu questa la cosa che mi sorprese non poco – una trasformazione qualitativa della sintomatologia. I sintomi di ansia libera – che normalmente rappresentano la condizione più refrattaria alle cure – sembravano essersi attenuati. Sia quelli puramente psichici, come ad esempio la paura intensa e sproporzionata rispetto alla minaccia reale, il senso di vuoto, l’angoscia anticipatoria del pensiero di morte. Sia quelli da somatizzazione: tachicardia, oppressione toracica, respiro corto, senso di soffocamento, sudorazione.

Queste evidenze mi fecero molto pensare.

Qualche anno dopo, a Pozzuoli, dove allora vivevo e in parte lavoravo, si intensificarono notevolmente i fenomeni legati al bradisismo. Più di quanto stia avvenendo oggi. La terra si sollevava, il suolo tremava, l’antico rione Terra fu sgomberato, nel porto comparve una spiaggia. E di nuovo, con mia sorpresa, osservai lo stesso andamento nei soggetti nevrotici. Certi sintomi si acquietavano in pazienti che pure avevano alle spalle anni di disturbi.

Dopo questa ulteriore esperienza, cercai una spiegazione a tutto ciò. E quella che mi diedi fu che a monte dell’ansia della morte c’è un profondo senso di solitudine. Che talvolta diventa vera disperazione per il sentirsi soli al mondo. È questa angosciante solitudine, più che l’evento “morte” in sé, a generare il terrore. Se è così, gli eventi raccontati appaiono allora più chiari. Evidentemente, la profonda condivisione del pericolo, che si realizza spontaneamente durante un terremoto o un evento catastrofico, fa sì che si abbassino notevolmente i livelli di ansia individuale. Nel momento in cui tutti rischiano la stessa cosa, nessuno è più solo davanti al proprio rischio. Nessuno è più solo davanti alla propria possibile fine. Non solo. Ma, paradossalmente, il pericolo diventa un legame. Si dorme in piazza, l’uno accanto all’altro. Si parla con sconosciuti. Si condividono notizie e paure. Si scopre una comunità che nella vita ordinaria non esisteva.

Ne risulta un effetto paradossale che allora – pur intuendolo – non riuscii a mettere perfettamente a fuoco. Alcuni sintomi nevrotici diminuivano in quelli che ne soffrivano da sempre, mentre comparivano – come novità – in coloro che non ne avevano mai sofferto. Come se il pericolo collettivo redistribuisse la sofferenza psichica. Riducendola in chi era abituato a convivere con la propria fragilità e inducendola in chi non l’aveva mai percepita.

Tutto questo mi è tornato alla mente in questi giorni, ragionando più volte sull’intelligenza artificiale e sulla paura diffusa che la accompagna.

Anche qui, come nel terremoto, siamo davanti a un pericolo che si presta a essere condiviso collettivamente. Ma la paura che l’IA determina è una paura diversa. Sublimata. Eterea. Immateriale. Culturalmente sofisticata. E, come tale, induce quasi un primo effetto di gradimento. È la paura di una catastrofe che ha un appeal mediatico irresistibile. Un grosso esperto informatico dice che, se annunci che un software aumenterà la produttività, interessi gli economisti. Se annunci che potrebbe ucciderci tutti, interessi l’intero pianeta.

Ma c’è qualcosa di più profondo, che è precisamente ciò che avevo osservato in Irpinia e a Pozzuoli. L’apocalisse non è soltanto ciò che temiamo: è anche ciò che ci unisce. Avere paura di qualcosa di grande e condiviso crea legami. Ed è per questo che l’annuncio di una possibile “IApocalisse” non ha solo la funzione di una previsione, ma si comporta come un potente strumento psicologico, straordinariamente gradito alla coscienza collettiva.

Gestisce l’ansia esistenziale di vivere in un mondo che cambia troppo in fretta, offrendo un nome e un volto al disagio diffuso. Semplifica la complessità in narrazioni rassicuranti, dove c’è un colpevole e, quindi, c’è implicitamente una possibile salvezza. Proietta conflitti interiori su un nemico esterno, trasferendo fuori di noi ciò che ci turba dentro. E costruisce comunità attorno a un nemico comune. Esattamente la funzione che il terremoto aveva svolto, a prezzo di grandi dolori. Ma che, in questo caso, viene bene accolta. Quasi coltivata.

Questo anche perché c’è una differenza decisiva rispetto al sisma. Una differenza di intensità e di sostanza. Il terremoto costituiva un pericolo fisico, immediato, verificabile e il legame che ne nasceva era un legame di carne: la piazza, il vicino, il soccorso. La paura dell’IA è invece una paura senza volto, senza luogo e senza scadenza. Che si alimenta di discorsi, di titoli di giornali e di conversazioni davanti a uno schermo. Il pericolo condiviso, in questo caso, non è vissuto nella strada, ma nel chiuso di una stanza. E il legame che ne deriva è un legame virtuale, apparente, che unisce le persone in una comunione di parole più che di esperienze.

Ne consegue un esito diverso da quello che osservai tanti anni fa. Allora la condivisione del pericolo abbassava davvero l’angoscia individuale, perché il rischio era reale e la vicinanza era reale. Qui la paura diffusa dell’IA esiste in quanto sostenuta dalla coscienza collettiva. Circola, cresce, si amplifica, ma rimane molto più lieve in intensità. È una paura di superficie, largamente condivisa ma poco vissuta. Una paura che si dichiara nei sondaggi, nei dibattiti e nei titoli, ma che raramente scava fino a quella solitudine profonda dove nasce la vera ansia della morte. La condivisione, in sostanza, la rende diffusa ma la mantiene leggera. La moltiplica nel numero, ma ne diluisce la profondità. È, sostanzialmente, una paura salottiera che, come tale, produce poco e niente di aggregativo.

È questa, credo, la differenza che conta e che, però, genera un grosso rischio. È una paura che non costruisce la comunità di soccorso. Per cui, non siamo oggi in grado di dire se, davanti a questo pericolo che non ha la concretezza del sisma, saremo capaci di costruire un “noi” efficace e reale, come quello che la terra, tremando, ci impose mezzo secolo fa.

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