Primo Intervento: dal Landolfi la revisione dell’emergenza
di Camillo Caruso
Negli ultimi decenni il sistema sanitario italiano ha attraversato una profonda trasformazione. Come è giusto che sia, dal momento che i servizi a tutela della salute dei cittadini devono necessariamente adeguarsi al variare dei bisogni. Emblematica appare al riguardo la questione delle strutture ospedaliere.
Fino a non molti anni fa, nella visione di coloro che avevano la responsabilità dei servizi, era prevalsa nettamente la logica dell’accentramento. Una visione che ha progressivamente ridotto il ruolo degli ospedali periferici, considerati strutture obsolete, poco dotate di tecnologie e spesso poco efficaci. La tendenza era chiara: chiudere i piccoli presidi e concentrare i servizi nelle grandi aziende ospedaliere, garantendo economie di scala e standard elevati di cura.
Oggi, però, qualcosa sta cambiando.
Il caso del presidio Landolfì di Solofra potrebbe rappresentare un segnale significativo di questa inversione di tendenza. Il sindaco Nicola Moretti si è, infatti, notevolmente speso nel tentativo di convincere la direzione dell’Azienda Ospedaliera avellinese dell’opportunità di riaprire un punto di prima emergenza nel presidio di Solofra. Inoltre, Moretti ha fatto in modo da coinvolgere tutto il territorio irpino in questa battaglia. Ottenuto il sostegno dei Comuni di Montoro e di Santo Stefano del Sole, si è adoperato per allestire un fronte istituzionale che coinvolgesse tutti i 118 comuni irpini, nonché le amministrazioni della Valle dell’Irno e la Provincia di Avellino. L’obiettivo è intelligente e decisamente ambizioso: riattivare un servizio di primo intervento nel presidio solofrano, trasformando una questione comunale in una vera e propria vertenza territoriale sulla rete emergenza-urgenza.
La richiesta non nasce dal niente, ma da una storia precisa fatta di elementi inequivocabili. Quando era operativo, il pronto soccorso del Landolfì registrava circa 20mila accessi l’anno, con un’area di influenza che superava i confini della provincia di Avellino per estendersi verso il Salernitano. La chiusura del pronto soccorso ha lasciato un vuoto assistenziale che oggi pesa sulle strutture centrali, costrette a gestire un sovraccarico crescente di pazienti. Le delibere approvate all’unanimità dalle giunte di Montoro e Santo Stefano del Sole non si limitano a un endorsement politico: impegnano le amministrazioni a sollecitare una valutazione tecnica, sanitaria e organizzativa da parte della Regione Campania e dell’Azienda Ospedaliera Moscati, considerando popolazione, viabilità, conformazione geografica e tempi di percorrenza.
Per comprendere appieno il significato di questa battaglia, è necessario fare un passo indietro. Fino agli anni Settanta, l’assistenza sanitaria sul territorio italiano poggiava in larga parte sulla figura del medico condotto. Medici di base, spesso unici rappresentanti della medicina ufficiale in aree rurali e montane, garantivano un primo livello di cura radicato nel territorio. Con la riforma sanitaria del 1978 e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, il medico condotto è stato progressivamente sostituito dal medico di medicina generale, inserito in una rete più complessa e gerarchizzata.
Parallelamente, gli anni Novanta e Duemila hanno visto l’affermarsi della logica dell’aziendalizzazione e dell’accentramento. Gli ospedali di piccole dimensioni, come il Landolfì, sono stati progressivamente svuotati dei servizi per l’urgenza. Alcuni sono diventati contenitori di particolari specialità, come l’ospedale solofrano. Altri sono stati addirittura chiusi. Tutto ciò in virtù del convincimento che la concentrazione delle risorse avrebbe garantito maggiore efficienza e qualità alle Aziende Ospedaliere maggiori. La promessa, però, si è scontrata con la realtà dei territori: distanze crescenti da percorrere per un’emergenza, code interminabili nei pronto soccorso delle grandi strutture e, conseguentemente, un progressivo disancoraggio della sanità dalle comunità locali.
Oggi, però, la visione sembra essersi invertita. A ciò hanno provveduto due diversi fattori. Per primo, il sovraccarico pauroso e la conseguente scarsa efficienza dei pronto soccorso delle strutture centrali, in qualche caso quasi paralizzati. In secondo ordine, la riscoperta del valore della prossimità dei servizi sanitari alla persona. La pandemia di Covid-19 ha accelerato questa presa di coscienza, evidenziando la fragilità di un sistema troppo concentrato e la necessità di una rete diffusa sul territorio, in grado di rispondere tempestivamente alle crisi sanitarie.
Sta di fatto che le nuove considerazioni in tema di organizzazione dei servizi stanno ridisegnando il panorama. Il Landolfì, infatti, non rappresenta un caso isolato. In diverse regioni italiane si stanno rivalutando i presidi periferici, che, dunque, non vengono visti più come strutture obsolete, ma come nodi essenziali di una rete emergenza-urgenza capillare e resiliente.
La battaglia di Solofra, quindi, va oltre il destino del singolo ospedale. È la manifestazione di una domanda più ampia: quella di una sanità che sappia conciliare eccellenza specialistica e prossimità territoriale. Coinvolgere 118 comuni, la Provincia e la Regione – così come ha opportunamente intuito il sindaco Moretti – significa trasformare una rivendicazione locale in un progetto di riorganizzazione sanitaria. Se il Landolfì riaprirà come punto di primo intervento, non sarà solo una vittoria per Solofra e per l’Irpinia: sarà la dimostrazione che il pendolo dell’assistenza sanitaria può oscillare anche verso il territorio, senza per questo rinunciare alla qualità.
Per troppo tempo si è contrapposta l’efficienza delle grandi strutture alla presunta inefficienza dei piccoli presidi, come se decentralizzazione ed eccellenza fossero incompatibili. La verità è più sfumata: un punto di primo intervento non compete con un pronto soccorso di livello avanzato, ma lo integra, assorbendo i casi meno gravi e liberando risorse per le urgenze complesse. E’ questa l’ipotesi – nuova e illuminata e non certo di sterile concorrenza – che Solofra oggi propone come necessaria revisione della frontiera dell’emergenza.

