Il sapore dell’uva fragola
di Camillo Caruso
Mi mancava tanto Contrada. Proprio tanto. E mi mancava da tanto tempo.
Mi mancava il silenzio della sua valle. Mi mancavano i profumi che il vento fresco di settembre, che soffia da dietro Varosano, porta fin nei fienili più lontani. Mi mancava quel senso di casa che ti può dare solo la terra che è già impregnata del sapore dei tuoi giovanili umori. Elargiti e assorbiti tanti anni fa, in uno scambio intenso e amoroso. Le cui tracce sono ancora e per sempre nell’humus di un suolo che si mostra ancora generoso di granturco come di uva fragola. Ma anche di pensieri che pensano il domani. E che volano oltre la testa di Faliesi che, finto burbero oggi come allora, ti guarda ma non ti mette poi tanta paura.
Mi mancava proprio tanto Contrada. E doveva venire una disgrazia per restituirmela. Nicolina, una cara cugina, (Pupetta per tutti i parenti) ha deciso di lasciare questo mondo. Lo ha fatto, come sempre, con la grazia e il sorriso che già da ragazzina la rendevano dolce e amabile agli occhi di tutti.
Una manciata di anni più dei miei la rendevano una graziosa adolescente quando io ero poco più di un bambino. Ma mi piaceva giocare con lei. Per me, che ero veloce nella corsa, era un gioco rincorrerla e afferrarla. E le risate, che diventavano incontenibili, scuotevano quel corpo ancora acerbo, che sembrava timoroso di dare ingresso ai promettenti ardori della vita.
Ci voleva questo lutto per restituirmela, Contrada.
Ma per restituirmi anche tutti i dubbi e le domande che questa terra suscitava. Le incertezze sul domani che, a quanto pare, settant’anni dopo restano intatte.
Perché Contrada, come tante altre anime sparse delle zone interne del Meridione, non ha mai smesso di essere un luogo sospeso. Sospeso tra la bellezza struggente di un paesaggio sempre caro e la durezza di un’esistenza che non perdona. Le case più lontane, arroccate come nidi di rapaci, testimoniano una tenacia che rasenta l’ostinazione. Gli uomini e le donne che abitano questi luoghi – o che, più spesso, li hanno abbandonati – portano nel volto le rughe della terra. Quelle solcate dal sole e dalla pioggia. Ma anche quelle più profonde, scavate dalla lontananza e dall’attesa.
Settant’anni fa, quando io correvo dietro a Pupetta, il destino di questi luoghi era già scritto nelle partenze. Le stesse che, generazione dopo generazione, hanno svuotato le vallate del loro sangue migliore. Eppure, chi restava – come lei, come tanti altri – continuava a tenersi stretta quella terra, con il cuore pieno di una speranza che non osava pronunciare. Una speranza fatta di gesti quotidiani, di raccolti incerti, di mesi in cui la pancia si stringe prima che il grano maturi.
Thomas Hardy, nelle sue Wessex Novels, descrisse una campagna inglese segnata dalla miseria e dall’ineluttabilità del destino. E ne “Il ritorno del nativo” scrisse di uomini e donne “che la terra teneva stretti con una morsa più forte dell’amore”. Ecco, Contrada è così: una morsa dolce e crudele insieme. Ti stringe al seno con il profumo del fieno e poi ti spinge via, verso l’orizzonte, con il silenzio dei suoi pomeriggi senza futuro.
Eppure, tornare significa ritrovare qualcosa che le città non possono dare. Non è solo memoria, è la qualità stessa del tempo. Che qui non scorre, ma si deposita nei muri di pietra, nei sentieri polverosi, nelle voci che risuonano nelle piazze vuote. È un tempo che non corre verso il futuro, ma si attarda, ostinato, a custodire ciò che è stato.
Senonché custodire non basta. Nicolina se ne è andata, senza che niente di nuovo e di significativo sia successo. Senza che nulla abbia aperto il cuore a una nuova speranza nei più di ottant’anni della sua vita. Se ne va definitivamente, nel silenzio discreto e gentile che le era proprio. Rassegnato. Modesto ma dignitoso. E con lei se ne va un altro pezzo di questo mondo. Un mondo che non chiede pietà, ma giustizia. Non lamenti, ma risposte. Perché la povertà delle nostre zone interne non è un destino naturale, come il vento di settembre o l’ombra di Faliesi. È il risultato di secoli di abbandono, di scelte fatte da uomini – finanche molto celebrati – che non si erano mai accorti del profumo del granturco. E che non avevano mai apprezzato il gusto dolce e particolare dell’uva fragola.
Mentre dall’alto del borgo di Ospedale ripercorro con lo sguardo quella valle che mi ha visto bambino, mi chiedo: quanti altri ritorni saranno possibili? Quanti altri lutti dovranno riaprire porte che sembravano definitivamente chiuse?
Contrada è ancora lì, generosa e muta. Ma il silenzio, oggi, ha un timbro diverso. Non è più quello della pace. È quello dell’assenza. Di un’assenza così lunga, così antica e totalmente povera di parole che rischia di diventare definitiva.

